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quel dialogo tra uomo e natura

Il gatto di Montaigne (parte I)

Gli occhi dei gatti racchiudono qualcosa di enigmatico e al tempo stesso di emblematico, per noi. Chissà se i nostri avranno, per loro, le stesse misteriose, o forse solo ambigue, qualità. Sia come sia, così – emblematica, enigmatica – dovette apparire a Michel de Montaigne la gatta di cui, nell’Apologia di Raymond Sebond, scriveva: «quando gioco con lei, come faccio a sapere che non sia lei che gioca con me?».

La domanda, racchiusa in quello che Jacques Derrida definiva uno dei più lucidi e importanti «testi precartesiani e anticartesiani sull’animale», in qualche modo compendia la convinzione che, al fondo della vita dell’altro, gatto o uomo in questo caso poco importa, permanga sempre qualcosa di insondabile, un multiplo legame con una zona liminare dell’altro da sé, non scalfita né dalla luce della completa differenza, né dall’ombra della seppur parziale identità da cui è comunque lambita. I passatempo della servitù, la pazienza muta delle cose, gli occhi del gatto sono, in Montaigne – forse il più «dialogico» di tutti gli scrittori – incontri occasionali che aprono all’incontro e al confronto, qualcosa verso cui possiamo approssimarci, come possiamo approssimarci a noi stessi e alle nostre dissonanze senza mai assimilarle o accordarle troppo a un ego pronto ad andare in mille pezzi alla prima occasione.

Oltre a Saul Frampton, che incardina il suo Il gatto di Montaigne (Guanda, Milano 2012) partendo proprio dal più compiuto degli Essais, anche Richard Sennett nel suo Insieme (Feltrinelli, Milano 2012) menziona l’episodio della gatta (o del gatto) situandolo «nel cuore stesso» del proprio progetto. Se Bruno Latour, a più riprese richiamato da Sennett, aveva le sue buone ragioni nel sostenere che, nel nostro rapporto con scienza, alterità, tecniche non siamo mai stati moderni, richiamandosi a Montaigne, «primo dei moderni», Sennett precisa: non lo siamo ancora diventati, moderni.

Nella conclusione del suo Together, volume che segue The Craftsman nella trilogia dedicata al “Progetto Homo Faber”, il sociologo statunitense, già autore di libri chiave sulle derive del lavoro nel cosiddetto nuovo capitalismo, porta proprio la gatta descritta da Michel Eyquem duca di Montaigne a esempio di quella cooperazione impegnativa che per lui costituisce traccia e filo, tra un passato e un futuro prossimi, sulla quale si strutturano le quasi trecento pagine del suo ultimo libro. Libro il cui sottotitolo recita “The rituals, pleasures and politics of cooperation” e la cui traduzione italiana, di Adriana Bottini, sceglie la variante “collaborazione”, laddove un tedesco avrebbe avuto gioco migliore, nel rendere l’inglese cooperation con quel lavoro comune che si condensa del termine Zusammenarbeit.

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