ENT magazine

quel dialogo tra uomo e natura

Agnelli sacrificati. Un anno fa Stefano di Michele letto per voi.

Un articolo interessante ripescato dopo un anno, Stefano di Michele su IL FOGLIO racconta le contraddizioni del pranzo di Pasqua. Lo riportiamo come contributo a discussioni spesso isteriche.

 

Agnus Dei

Qui si eleva un inno alla sacralità degli animali

Gesù morì sulla croce nel momento in cui venivano immolati gli agnelli pasquali. Il rito si ripete, ma in macelleria e sulla tavola. Storie di uomini e bestie, di fede e sangue, di amori e crudeltà

 

“Tra gli animali non hai un solo amico. E la chiami vita?” (Elias Canetti, “Il cuore segreto dell’orologio”, Adelphi)
“O Dio, aiutaci ad amare tutte le cose viventi, i nostri piccoli fratelli a cui Tu hai dato questa terra come casa insieme a noi…” (San Basilio, vescovo di Cesarea)
“L’uomo è l’animale diventato pazzo…” (Friedrich W. Nietzsche)

Sì, certo. Però è così chiaro. Ma sono lo stesso confuso, adesso. Sto guardando i miei piedi. Eppure è chiaro. Chiaro come lo starec Zosima. Chiaro come Dostoevskij che gli dà respiro e vita: “Amate tutta la creazione divina, così in blocco, come in ogni granello di sabbia. Per ogni minima foglia, per ogni raggio del sole di Dio, abbiate amore. Amate gli animali, amate le piante, amate le cose tutte. Se amerai tutte le cose, penetrerai nelle cose il mistero di Dio…”. Dice ancora, il saggio (e santo) monaco: “Gli animali abbiano l’amor vostro; ad essi il Signore ha donato un germe di pensiero e una gioia imperturbabile. Non turbatela voi, non li fate soffrire, non togliete loro la gioia, non contrastate il disegno di Dio. Uomo, non ti fare grande di fronte alle bestie. Esse sono innocenti, mentre tu, grande come sei, appesti la terra fin da quando ci fai la tua apparizione…” (Fëdor Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”). E’ così chiaro, vero, non credete? Allora perché…

Mica è difficile da capire. Limpido, addirittura. Luminoso. Il sangue, invece, per sua natura non lo è – è denso, puzza. Fa vomitare, il sangue. Cola lento. Scorre come lava. Come respiro asmatico. Ma il sangue non lo vediamo: consumatori accaniti di tutto ciò che al sangue segue (come ombra, come doppia ombra, come macina al collo che tira a fondo: di cibi, di scarpe, di pellicce, di caccia, di cosmetici, di divertimenti), il sangue rimuoviamo. Nessuno ce lo fa vedere – non lo vogliamo vedere. Non esiste, non esiste, non esiste. Scivola, riempie vasconi dove gole tagliate sussultano e si vuotano, sparisce per misteriosi canali di scolo. Non lo vediamo – così non esiste: è l’assenza di immaginazione che rende perfetto il crimine. Neanche la cattiveria, vediamo. Non ci riguarda, noi non siamo mica cattivi. La pratichiamo – e la ignoriamo. La vediamo praticare – e soprattutto allora la ignoriamo. E’ il silenzio dei giusti, hanno detto, peggiore persino della crudeltà stessa. Andrebbe trattata con disgusto la crudeltà – col vomito in gola che (quasi) ognuno di noi proverebbe nell’affondare i piedi nel sangue, nell’immergere le mani nel sangue, nell’ingurgitare sangue, nel coprirsi di sangue come se fosse un terrificante altare biblico. Prima ancora che con lo sdegno. Prima ancora che con la morale (ché certe volte i moralisti la crudeltà stessa precedono). Disgusto – ecco, non siamo abbastanza disgustati: finché regge lo stomaco, resta salda la coscienza. “La cattiveria la trattava con disgusto”, racconta Amos Oz di suo nonno Naftali Hertz, in quel libro d’incanto che è “Una storia di amore e di tenebra”. Diceva, il nonno: “Bestia feroce? Cosa vuol dire bestia feroce? – così rifletteva in yiddish – Nessuna bestia è feroce di per sé. Nessuna bestia è capace di essere cattiva. Le bestie non hanno ancora scoperto il male. Il male è monopolio nostro, del vanto del creato…”. E c’è, nel “Libro dei morti”, quel defunto che si presenta per il giudizio finale, e può dire: “Non ho maltrattato le bestie, non ho dato la caccia agli animaletti nascosti tra i cespugli, non ho intrappolato gli uccelli degli dèi…”. E una sera, tanti anni fa, in una specie di mansarda di San Salvario, a Torino, dove viveva, un vecchio prete operaio mi raccontava (sognava?): “Pensa se fosse solo l’errore di qualche copista sbadato, che secoli e secoli fa scrisse che l’uomo è il padrone di ciò che Dio ha creato solo perché confuse la parola ‘padrone’ con la parola ‘custode’. Ecco, fossimo stati i custodi del mondo e delle sue creature, invece che i padroni, sarebbe stata migliore la nostra storia…”. Allora magari Lui ci chiederà: cosa avete fatto alle mie creature? “Penso di sì”. Perché la terra e gli animali (dice un racconto de “Le mille e una notte”, scrive Marguerite Yourcenar) “tremarono il giorno in cui Dio creò l’uomo”, e ancor di più quando “l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche” (la “Genesi”) – perché forse abbiamo assaggiato la mela sbagliata, diceva nonno Naftali Hertz, non quella dell’albero della conoscenza, piuttosto dell’albero della cattiveria. L’albero del male.

Siamo cattolici – perché il Dio cattolico ci è toccato in sorte. Perciò siamo indissolubilmente legati all’uomo che si fece mettere in croce – macellato a frustate, a colpi di chiodi, a colpi di lancia nel costato, a colpi di insulti. L’uomo il cui sangue colava come cola il sangue delle bestie nei macelli, come il sangue delle bestie braccate dai cacciatori, come il sangue delle bestie nelle arene – e pure il figlio di Dio, come loro, non capiva e si stupiva e provava dolore e spavento. L’uomo che si fece agnello – e il suo sangue il sangue della bestia innocente macellata e versato sugli altari dai sacerdoti sostituì. Nel preciso, esatto momento in cui il figlio di Dio moriva assassinato, i piccoli animali venivano assassinati. Facile da capire, vero? Lo ha detto Papa Benedetto XVI, in una bellissima omelia per il Giovedì Santo del 5 aprile 2007 – la Messa della Cena (appunto) del Signore: “Secondo Giovanni, Gesù morì sulla croce precisamente nel momento in cui, nel tempio, venivano immolati gli agnelli pasquali. La sua morte e il sacrificio degli agnelli coincisero”. Simile all’innocenza degli agnelli squartati, l’Agnello sulla croce inchiodato. Spiegava ancora meglio, Joseph Ratzinger, quel giorno nella basilica di San Giovanni, che sembrerebbe esserci discrepanza tra la morte di Gesù nel vangelo di Giovanni e quella narrata dagli altri evangelisti. Ma ecco, furono scoperti gli scritti di Qumran. “Siamo ora in grado di dire – disse Papa Benedetto – che quanto Giovanni ha riferito è storicamente preciso. Gesù ha realmente sparso il suo sangue alla vigilia della Pasqua nell’ora dell’immolazione degli agnelli. Egli ha però celebrato la Pasqua con i suoi discepoli probabilmente secondo il calendario di Qumran, quindi un giorno prima – l’ha celebrata senza agnello, come la comunità di Qumran, che non riconosceva il tempio di Erode ed era in attesa del nuovo tempio. Gesù dunque ha celebrato la Pasqua senza agnello – no, non senza agnello: in luogo dell’agnello ha donato se stesso, il suo corpo e il suo sangue”. Con san Giovanni Crisostomo, quella sera il Papa chiamava in causa anche Mosè: “Che cosa stai dicendo, Mosè? Il sangue di un agnello purifica gli uomini?”. E dunque: “Gesù celebrò la Pasqua senza agnello e senza tempio e, tuttavia, non senza agnello e senza tempio. Egli stesso era l’Agnello atteso, quello vero, come aveva preannunciato Giovanni Battista all’inizio del ministero di Gesù: ‘Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo!’… Il gesto nostalgico, in qualche modo privo di efficacia, che era l’immolazione dell’innocente e immacolato agnello, ha trovato risposta in Colui che per noi è diventato insieme Agnello e Tempio”. Innocente. Immacolato. Così diceva Papa Ratzinger dell’agnello. Di quelle creature innocenti e immacolate, in questi giorni ne abbiamo sgozzati circa settecentomila/ottocentomila. Tanto di quel sangue da sommergere ogni altare e ogni tavola imbandita. Come se Cristo non si fosse fatto lui stesso Agnello, mettendo il suo corpo nudo e macellato tra la bestia innocente e la lama che sta per assassinarla.

Torneremo all’agnello – perché è dall’Agnello che veniamo. Perché è il suo pianto che in questi giorni, ancora (non) abbiamo ascoltato. Viviamo tra milioni di creature che sono altro da noi – ed essere altro non è essere meno di noi: che ignoriamo, che scuoiamo, che torturiamo, che strangoliamo, che laceriamo, che tagliamo, che imprigioniamo, che picchiamo, che insultiamo. Feriti. Braccati. Cucinati (c’è un immaginario in estasi, tra succhi gastrici danzati, persino davanti al terrificante “Bue squartato” di Rembrandt, o a quello non meno terrificante di Soutine: ché anche loro, guardate bene, è come se fossero in croce: sono chiodi, i ganci). Che ingurgitiamo – nei nostri affanni di digestione, anziché di cuore – “lacerare le carni di un agnello vivo con i soli denti, e affondare la testa dentro i suoi intestini, estinguere la propria sete nel sangue fumante”, questo chiedeva il divino Shelley ai vili divoratori. Animali che pure amiamo – per fortuna. I migliori tra di noi lo fanno. I coglioni maggiori diranno che anche Hitler lo faceva – e allora? Gli piaceva pure Wagner, smettete di sentirlo? Le montagne, smettete di guardarle? Magari la birra, smettete di berla? Era austriaco, avrà certo apprezzato la sacher, vi fa schifo? Mandava gli omosessuali nei campi di concentramento (non c’è mostro che sfugga al mito mefitico di Sodoma che arde) – ecco, ho il sospetto che qualcuno di loro potrebbe non disprezzare del tutto l’ipotesi: ah, il gusto di sacrificare una checca a Cristo! Se pure uno psicopatico assassino di massa ha un lampo di compassione, quella compassione è un buco nel suo cuore, non in quello di chi compassione sa provare per la bestia come per il suo simile. E’ stato un grande scrittore ebreo, Isaac B. Singer, premio Nobel, a scrivere: “Fino a che gli esseri umani continueranno a spargere il sangue degli animali, non ci sarà alcuna pace. C’è solo un piccolo passo da fare dall’uccidere degli animali al costruire camere a gas di stampo hitleriano e campi di concentramento in stile staliniano (…) Non ci sarà giustizia finché un uomo brandirà un coltello o un’arma per distruggere coloro che sono più deboli di lui”. A me questo basta. A me basta Adorno: “Auschwitz inizia quando si guarda un mattatoio e si pensa: sono soltanto animali”. A me basta quel piccolo immenso aneddoto che ne “Le lacrime di Ulisse” racconta Roger Grenier: “Emmanuel Levinas, deportato in Germania e assegnato a una squadra forestale, composta di prigionieri di guerra di origine ebraica, vede che agli occhi dei guardiani e persino dei passanti non appartiene più alla specie umana. Poi un cane randagio viene a unirsi a loro. ‘Per lui – non c’era alcun dubbio – eravamo uomini’”. A me basta.

Viviamo tra miliardi e miliardi di altre creature. E milioni vivono con noi. Nelle nostre case. Nella nostra vita. (Dall’ultimo rapporto Eurispes: il 40 per cento degli italiani ha uno o più animali in casa: un cane, nel 53,7 per cento, un gatto nel 45,8 per cento. Seguono uccelli, pesci, criceti. Più della metà di loro spende meno di trenta euro al mese per il loro mantenimento. Il 30 per cento fino a cinquanta euro. Il 6,7 per cento fino a trecento. Altri oltre. Per le visite veterinarie quasi il 70 per cento spende fino a cento euro l’anno. Poco meno del 20 per cento fino a duecento euro. Sette milioni i cani, sette milioni e mezzo i gatti, sedici milioni i pesci – più o meno). E’ antico, l’amore per gli animali. Piangeva Ulisse quando a Itaca ritrovò triste e morente il suo cane Argo – l’unico a riconoscerlo. E Xanto e Balìo, i cavalli di Achille, piangevano per la morte dell’amato Patroclo. E insegnava Buddha che è “molto meglio impedire a una bestia di soffrire, piuttosto che restare seduto a contemplare i mali dell’universo, pregando in compagnia dei sacerdoti”. E Zarathustra: “Chi uccide un cane uccide la sua anima”. Avendone – forse, di anima. Ci sono di quelli tra di noi che hanno rigurgiti di ferocia tribale là dentro dove l’anima annaspa – e anzi, per legge pure i cani randagi e quelli nei canili farebbero sopprimere, vomitando principi da piccola apocalisse raccattati chissà dove. Evocano i pagani: Zeus, se ci sei, manda una fulminata! – presupponendo forse che un giorno al Padreterno faccia piacere ritrovarsi in loro compagnia. Poco prima di suicidarsi, ad appena trent’anni, lo scrittore svedese Stig Dagerman annotò la dichiarazione di un funzionario della previdenza sociale di Varmland (ci deve essere un gelo, da quelle parti!): “Certo è deplorevole che gente che vive di sussidi tenga poi un cane” – ai poveri e ai vecchi dobbiamo forse pagare pure la bestia da compagnia? “Se ne stanno in anguste stanzette / coi loro costosi bastardi. / Perché non giocano con le mosche? / Non sono animali da compagnia? / E al Comune tocca pagare. / Bisogna farla finita / o c’è da temere / che si comprino delle balene. / Una decisione va presa: / abbattere i cani! Non è una buona idea? / Il prossimo provvedimento: abbattere i poveri. / Così il Comune risparmierà qualcosa”. Aveva ragione Mark Twain quando diceva che l’uomo è l’unico animale capace di arrossire – perché è l’unico che ne ha bisogno. (Mi raccontano di una signora – magione in centro, villa al mare, casa in montagna: si suppone, dunque, danarosa signora, non la povera vecchia capace di ossessionare il funzionario di Varmland – che non vuole spendere i seicento euro per far operare la sua vecchia cagnetta. Troppi soldi, per la bestiola anziana! Tutti quei soldi! C’è da sperare nel giusto riequilibrio che solo potrebbe ripristinare un abile borseggiatore).

E’ perciò umanamente (e piacevolmente) sorprendente, il Berlusconi con Dudù. Politicamente, sarebbero necessari, e chissà se mai basterebbero, tutti i 101 cagnetti della carica (ma questo è altro discorso, c’entra nulla). Però umanamente colpisce il suo “mutamento di cuore”, ciò che è stato cambiato dallo sguardo di una bestiola, ciò che l’ha spinto (credo per reale mutamento, ma fosse pure solo per convenienza: viva le buone convenienze!) persino a sfidare l’altrui ironia cretina – degli avversari, ma anche dei suoi: sottovoce, però, con la coda tra le gambe. Un “mutamento di cuore” di cui nessun altro politico è stato capace – o è stato toccato o ha potuto. Scriveva Anna Maria Ortese che “chi non ha mai guardato negli occhi di un figlio o di una figlia della Natura, non ha mia visto nulla di paterno o di materno; non ha mai visto nulla di divino – per significare benevolenza, pace – per quanti possano essere gli altari a cui si sarà inginocchiato”. Mica penso che Berlusconi si sia spinto fino a questo punto di mutamento, questo no, ma c’è un principio di buona e saggia pazzia che agisce in lui, questo sì. Un po’ Erasmo e un po’, detto con assoluta considerazione, Brigitte Bardot – invecchiata con splendide rughe e splendida follia, quando ha affidato a ciò che è stato la meraviglia che lei fu, “non rifiuto il mondo, ma la sua promiscuità”, e si è buttata in una lotta che ha mutato il corso dell’intera sua vita, “ci sono più leggi per le auto che per gli animali, si rende conto?”. Se Dudù così tanto ha potuto, è forse perché il cuore (stanco) del Cavaliere così voleva. Fosse pure per stanchezza, per tardiva consolazione – o per divieto d’altro. (Sospetto: magari adesso sbucano fuori gli antiberlusconiani più cretini, quelli a vigilanza perpetua, che a perpetua idiozia potrebbero rimproverare: ah, pure tu gli animali, come Berlusconi!, a perfetta similitudine con l’idiozia di chi rimprovera: ah, pure tu gli animali, come Hitler! Ce ne sono, di idioti simili vaganti).

Se si concedesse un po’ più di tenera follia, Berlusconi! Magari. Come il suo Erasmo, antico amore coccolato e un po’ abbandonato ai bordi dell’autostrada delle sue umane vicende, potrebbe presentarsi con le sue esatte parole: “Comunque si laceri ordinariamente dagli uomini la mia reputazione, e il so ben io quanto il mio nome suoni male anche all’orecchio dei più stolti, tuttavia ho il vanto di dirvi che questa Pazzia che voi vedete, sì questa Pazzia, è quella sola che ha il potere di rallegrare gli dèi e i mortali…” – non sono forse metafore perfette? Potrebbe allora, come William G. e Neera H., nel “Diario della tartaruga” di Russell Hoban, rubare le bestie imprigionate in qualche zoo e liberarle nel cuore della notte nell’oceano – va bene, non disponendo al momento del passaporto, anche nel Mediterraneo – accompagnandosi pure lui, per infine ritrovarsi, con i versi di Eliot: “Spunta l’alba e un altro giorno / si prepara al calore e al silenzio. Laggiù nel mare il vento dell’alba / increspa e scivola. Io sono qui / o là, o altrove. Nel mio principio”. Mutarsi persino, Berlusconi, in una sorta di Christopher Smart, poeta inglese del Settecento (di media bravura, di medio rilievo: cioè, quasi da tutto assente nella sua cauta mediocrità) che trova la sua gloria definitiva nel momento in cui impazzisce, e comincia a scrivere dal manicomio il suo “Jubilate Agno”, dove uomini e animali si sommano, e su Dio la benedizione degli animali invoca – “Aronne, sommo sacerdote, santifichi un Toro e lo lasci andare libero al Signore e Donatore di Vita” – ogni animale invoca, “perché l’uomo pietoso è pietoso verso il suo animale”, e pagine e pagine di scintillanti metafore per il suo gatto Jeoffry: “Poiché come sentinella del Signore veglia nella notte contro l’avversario… Poiché il Cherubino Gatto è un termine dell’Angelo Tigre…

Poiché ronfa di gratitudine quando Dio gli dice che è un buon Gatto… Poiché ogni casa è incompleta senza di lui e nello spirito manca una benedizione… Poiché è odiato dall’ipocrita e dall’avaro… Poiché facendogli carezze ho scoperto l’elettricità… Poiché ho sentito in lui la luce di Dio cera e fuoco insieme…”. O prendere ad esempio la bella follia di Guido Ceronetti, che col suo (allora) giovanile bastone distrugge l’insegna sacrilega di una macelleria che promette polpette di cavallo – furia simile a quella di Jorge Luis Borges, che altra simile sconcia insegna scrutava a Buenos Aires: “Più vile di un lupanare / la macelleria sigilla come un affronto la strada…”.

E se Berlusconi non ha certo maturato una radicalità come quella della Ortese, lo stesso può ora intendere l’urlo disperato della scrittrice – urlo che per decenni l’ha inseguita senza che giungesse risposta, e dunque senza pace, come lo sguardo della Tartarughina del Levante, “sì, guardava me, proprio me! Alzò gli occhi su quella triste distanza” – che per tutta la vita continuò a piangere Laika, la cagnetta mandata nello spazio, persa tra le stelle – chissà dov’è finita, chissà che cosa ha visto. “Penso talora, è strano, anche a Laika, la cagnetta che fu mandata, dicono, nello Spazio Esterno (definizione di Milton per gli abissi senza speranza che circondano l’Universo), e che forse avrà chiamato infinitamente gli umani. Vorrei gridare: Laika! Siamo qui! Ti amiamo! Torna indietro, Laika! Sì, sono questi i miei sogni: la resurrezione, il ritorno di tutti i morti nell’ingiustizia. Già la morte è ingiustizia. Ma l’ingiustizia, talora, come per Laika, è più ingiusta di ogni altra cosa ingiusta. E’ del tutto il segno della disgrazia di Adamo, dice l’orrore della intelligenza di cui si è fidato. Dice che non bisognerebbe più fidarsi di questa guida. Tornare indietro!” (“Corpo celeste”, Adelphi). E delle mille e mille e mille storie vere di animali così in simbiosi con l’umano che li ha amati da morire per loro, da lasciarsi morire per non sopravvivere alla loro morte. E Laika è Pestruska – nel racconto “La cagnetta” di Vasilij Grossman: la presero, la bestiola vagabonda, “nessuno aveva bisogno del bene che viveva nel suo cuore”, l’addestrarono all’Istituto (Aleksej Georgievic l’addestrò, e al suo addestratore lei diede il suo cuore buono), le diedero un nome (quando di un essere gli uomini vogliono impossessarsi, gli danno un nome: mica per rispetto, piuttosto per migliore contabilità di possesso), la spedirono nello spazio – sentirono il cuore saltare nell’infinito. “‘Ha ululato, ha ululato a lungo’. E aggiunse, a voce bassa: ‘E’ una cosa agghiacciante, il lamento di un cane solo in mezzo all’universo’…”. Però Pestruska tornò, o sognò di tornare, dagli abissi di Milton, non come Laika – che lì si perse, che lì fu abbandonata. E incontrò di nuovo Aleksej Georgievic – che vide qualcosa che non aveva ancora visto. “Finalmente lui riuscì a vedere i suoi occhi: gli occhi annebbiati, impenetrabili di un povero essere dalla mente confusa e dal cuore tenero e mansueto”.

Succede così, quando succede – quando ci si innamora (qualsiasi cosa la parola amore si porti dietro), quando un essere entra nel nostro sguardo, e per sempre modifica l’orizzonte della nostra vita, fino al paesaggio estremo su cui chiuderemo gli occhi. Amori veri, amori letterari – che amori veri possono generare. Così che sempre Mumù, la cagnolina di Turgenev adottata dal povero servo Gerasim, sordomuto e oscuro a tutti – e che allora solo “mù-mù” riesce a dirle, e che poi la sua orribile padrona, una vecchia stronza aristocratica, gli ordina di far sparire. E sarà Gerasim in persona a doverla annegare tra le lacrime. (Se ne dolse, della novella, la stupidità burocratica di un viceministro, ché la rappresentazione dell’aristocratica carogna “può facilmente indurre i lettori di classe inferiore a biasimare i rapporti esistenti nella nostra patria fra i servi e i loro proprietari. Tali rapporti, in quanto istituzioni dello Stato, non devono essere sottoposti al giudizio del singolo”: così l’idiota ministeriale scrisse, protestando, alla sbadata censura). Oppure il poeta matto Willy G. Christmas e il suo cane Mr Bones, creati da Paul Auster (“Timbuctù”, Einaudi): si aggirano, si separano e finiranno col ritrovarsi a Timbuctù – e Mr Bones ci arriva, in quella terra fantastica dove uomini e cani parlano la stessa lingua, e possono meglio discutere e capirsi, sacrificando se stesso sull’asfalto di un’autostrada. “Sulle prime Willy lo avrebbe disapprovato, ma solo perché avrebbe creduto che Mr Bones fosse arrivato fin lì togliendosi la vita. Invece Mr Bones non si proponeva nulla di così volgare. Voleva solo fare un gioco, quella specie di gioco che qualsiasi cane malato e pazzo avrebbe tentato. E lui adesso era questo, no? Un vecchio cane pazzo e malato”. E Muchtar, il cane poliziotto di Izrail’ Metter che solo il caso salva dalla morte a opera degli umani irriconoscenti – e lì in gabbia finisce i suoi giorni di astuto e tenero Maigret che ha attraversato senza perdere il candore il furore del regime comunista – “guardavano sprezzanti il vecchio cane malandato e zoppicante senza sapere niente della sua vita, e senza comprendere per quale motivo andasse ancora arrancando in questo meraviglioso creato”. Mr Bones, Mumù, Argo, Muchtar, Pestruska – e Laika (che abbiamo perso, nel nostro planetario egoismo: voleva solo un piccolo prato, abbiamo deciso che le toccava un cielo troppo grande) – ci mettono a disagio per questo: la loro totale fiducia, anche quando il padrone li abbandona, va via, li caccia. Li uccide – persino in quel punto estremo, quel totale amore, quell’abbandono: ciò che non meritiamo ci viene donato (persino quando viene vivisezionata, la bestia lecca la mano al torturatore, spiegava Charles Darwin). Questo dono immeritato un giorno diventerà come un sacco di pietre sul petto: farà finire il respiro.

Ricordate la splendente Anna Magnani? Lei non poteva dimenticare Laika: “Amo le bestie perché non ti fanno del male. Ho pianto una settimana quando i russi misero Laika dentro lo Sputnik, pregavo la Madonna perché la salvasse…”. “I cani sono proprio degli angeli che Dio ha mandato sulla terra sperando che l’umanità diventasse migliore. I loro occhi. Non c’è poeta al mondo che possa descrivere gli occhi di un cane in certi momenti. Come vedi anch’io alla mia maniera sono matta! Son matta e triste come sempre”, scriveva al suo amico Tennessee Williams, che a Roma trascinava in vagabondaggi notturni per portare da mangiare ai gatti randagi ai Fori, al Colosseo, a Villa Borghese. Così che quando Anna morì, nella cattedrale di St. Patrick a New York la ricordò l’autore di “Zoo di vetro”: “Sono sicuro che il fantasma di un gatto affamato di Roma siede qui tra noi in questa cerimonia di addio a una grande anima, la nostra cara Anna”.

C’è un libro semplice e incantevole, che molto spiega della magia di questo legame tra bestia e umano – proprio ciò che chi non capisce disprezza, essendo egli stesso, spesso, disprezzabile. Il libro si intitola “Una donna e altri animali” (Rizzoli), l’ha scritto Brunella Gasperini: una giornalista che scriveva, come si diceva, sui “giornali rosa”, rispondeva alle lettrici – aveva ironia, intelligenza, compassione, in un’Italia molto conformista. E pochi mesi prima di morire, siamo alla fine degli anni Settanta, si raccontò attraverso i tanti animali della sua vita: i cani, i gatti, i merli… E allora, quando i suoi anni stavano per finire, di notte si svegliava con spavento, dopo aver visto in sogno i suoi fratelli, uccisi tanti anni prima dai nazisti e dalle brigate nere. E con loro il cane Baffo – era l’autunno terribile e di spavento del ’43. I ragazzi e la bestia aiutavano gli amici ebrei che scappavano a passare il confine con la Svizzera – e Baffo (fin da cucciolo, di precoce intelligenza, atterrava nelle strade di Milano preti in tonaca e sbirri mussoliniani) avvertiva del rischio, andava in avanscoperta, bloccava il piccolo corteo di fuggiaschi in caso di pericolo. Proteggeva. “Non so se si rendesse conto che salvava delle vite umane: ma so per certo che era fiero del suo lavoro, e felice di farlo (…) Per il Baffo furono certamente i mesi più belli della sua bellissima vita: sentirsi utile, importante e amato lo riempiva di felicità e di ingegno. Anche lui credeva nel suo gioco. Morì da partigiano, un colpo in testa, per difendere chi amava”. Sognava, Brunella, la sorella sopravvissuta di tanti fratelli, alla fine degli anni Settanta – sognava la valle, le montagne, il confine svizzero. La paura, sognava. “Poi c’è il Baffo e ci sono loro. Forse ci sono anch’io, ma non mi vedo. Vedo il Baffo che urla a denti scoperti, il pelo irto, pronto a saltare. Poi cade, e non lo vedo più. Poi cadono anche loro, a uno a uno, e non li vedo più. Ho le braccia sugli occhi, ma so che sono morti (…) Subito prima di svegliarmi, quando sono già tutti caduti, in un lampo lunghissimo vedo apparire e cadere, al rallentatore, i miei figli”.

Così vicina al nostro limite estremo, spesso, la bestia. Che cuore e sentimenti e orizzonte ha mutato – con un impatto e un coinvolgimento che spesso l’arida ragione fatica a comprendere. E perciò in fondo, alla fine della saga del “Gattopardo”, quando tutto quel che resta è polvere e sogni finiti e dissoluzione di un mondo, nelle ultime pagine, né il cardinale “sontuoso volatile rosso” che si aggira nel palazzo, né le sorelle Salina condannate alla dimenticanza, né le vacue reliquie occupano la scena: ma la pelliccia tarlata del povero Bendicò, il cane del Gattopardo – ormai da quaranticinque anni morto, e fatto appositamente imbalsamare: di tutto, un mucchio di peli pieni di tarme resta. L’ultimo atto è l’ordine di Concetta a una serva di buttare quel polveroso rimasuglio di bestia. “Mentre la carcassa veniva trascinata via, gli occhi di vetro la fissarono con l’umile rimprovero delle cose che si scartano, che si vogliono annullare. Pochi minuti dopo, quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno. Durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi, e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare. Poi tutto trovò pace in un mucchietto di polvere livida”.

Come a volte possa accadere il miracolo di vite diverse che si sommano e si mischiano e si scambiano persino, bene lo spiegava Goffredo Parise, che appena un anno prima di morire prese in casa il cane Petote – e scriveva di ciò che sul bordo ultimo della sua bella vita stava imparando: “Da alcuni mesi ho un cane e il conoscere questo animale mi ha profondamente turbato perché ho dedotto la convinzione che tutti gli animali e non solo il mio cane abbiano un’anima. La presenza del mio cane è parlante; si avverte un’anima anche se non ha la parola per esprimerla…”. E ciò che Parise chiama anima, altrove – nella Bibbia, nell’Ecclesiaste, è chiamato soffio. E così quel soffio – qualunque cosa sia, identici ci rende: per noi e per loro, per uomini e bestie, è detto che lo stesso è. “Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità”. Ed è detto altro – e con più forza, nel Qoelet: “Chissà se il soffio vitale dell’uomo salga in alto e se quello della bestia scenda in basso nella terra?”. Saranno ancora una volta faccia a faccia, nel Giudizio Finale, il divorato e il divoratore?

L’Antico Testamento, però, non dà molto scampo. I suoi libri traboccano sangue – degli uomini, degli animali. Sangue versato nel nome di Dio – il fondo di orrore che ancora oggi ci insegue. E’ il Dio furente, incontentabile, permaloso, vendicativo – tuono e pena, sempre, “e votò allo sterminio ogni essere che respira, come aveva comandato il Signore, Dio di Israele”. E’ pieno di olocausti, di sacrifici espiatori – l’Antico Testamento. Sugli altari elevati a Dio, le creature di Dio vengono sgozzate. A decine, a centinaia, a migliaia, dalle più minute alle più gigantesche – e il sangue si sparge sugli altari, così che ogni altare appare come una barca che sul sangue galleggia, e sulla terra, “perché il sangue è vita; tu non devi mangiare la vita insieme con la carne”, così non resta, forse, che divorare i morti. “Ma, ogni volta che ne sentirai desiderio, potrai uccidere gli animali e mangiarne la carne in tutte le tue città, secondo la benedizione che il Signore ti avrà elargito…” (dal “Deuteronomio”). Ecco, vedi, diranno i finti sapienti, il cui stomaco ulula per il desiderio di cotoletta e filetto – al sangue, però, al sangue: Bibbia o non Bibbia! – lì è detto chiaro: gli animali si possono mangiare, anzi in dettaglio è detto, “immolerai la Pasqua al Signore tuo Dio: un sacrificio di bestiame grosso e minuto…”, a noi il cosciotto! Così dicono – così mi dicono gli amici, mentre al loro bambino regalano magari un agnellino di zucchero che regge la sua stessa croce, e intanto sorvegliano il forno perché quello reale, macellato e fatto a pezzi, non bruci. Ah, così dice la Bibbia? Ma nella stessa pagina, nello stesso versetto, magari nella stessa riga, come si sgozza l’animale si sgozza l’uomo, non solo in qualità ma anche in quantità – che facciamo, procediamo dunque alla lettera (che poi, quel “non uccidere”, mah…)? “E che cazzo c’entra, scusa?”. “Non lo so, dimmi tu cosa c’entra”. “Rompi un po’ il cazzo. Fermo la cottura, scusa…”. “Ferma il sole, come sta scritto, coglione! Per quasi un giorno, se ci riesci…”. “Tutte cazzate, le tue, cazzate…”.

E però lo stesso trabocca, la Bibbia, di animali come bellissime metafore degli uomini. La balena, il pesce che è Cristo, il corvo di Elia, il mite e paziente asino che porta in salvo Maria e conduce Gesù a Gerusalemme, cavalli (quell’esagerato di Salomone a migliaia ne aveva) e cammelli, le vacche grasse e le vacche magre, l’astuto serpente, il pellicano di Davide, le volpi, i montoni, i pipistrelli, le pecore – per non dire dei poveri agnelli che versano sangue per cento e cento e cento pagine, e che nelle ultime di queste pagine, quelle dell’Apocalisse, sta lì, “un Agnello come immacolato”, e a quell’Agnello immacolato toccherà sciogliere il Sigillo, e così “a Colui che siede sul trono e all’Agnello lode, onore, gloria e potenza, nei secoli dei secoli”: dà da pensare, credo. E all’agnello (il povero nostro sgozzato in questi giorni, come quello sul trono in gloria) – sempre torneremo. Nel “Cantico dei cantici” per dire d’amore e di sensuale desiderio, gli animali sono chiamati a far da paragone al quel desiderio, e così “i tuoi occhi sono colombe”, “i tuoi seni come due cerbiatti, gemelli di gazzella”, “le tue chiome come un gregge di capre”, “i tuoi denti come un gregge di pecore tosate”, “alla cavalla del cocchio del faraone io ti somiglio, amica mia”, “l’amato mio somiglia a una gazzella o ad un cerbiatto”, “mia amata, mia colomba, mio tutto”… E fu la colomba che tornò da Noè col ramoscello d’ulivo – ad annunciare che il mondo era salvo, alla colomba toccò l’annuncio: ci fossero già stati in giro quelli con le doppiette, Noè (che pure a diluvio finito, dopo aver salvato le bestie, si fa la sua bella mattanza, “prese ogni sorta di animali mondi e di uccelli mondi e offrì olocausti sull’altare. Il Signore ne odorò la soave fragranza…”: cos’è, una rosticceria?) ancora navigava sperduto. Forse, senza la colomba, ora saremmo tutti pesci.

Da bambino, le suore – le meravigliose mie suore slave “Figlie della Misericordia” degli anni dell’asilo e delle scuole elementari – mi portavano a Messa. Io vedevo don Andrea sull’altare. Don Andrea aveva la stessa faccia da contadino di mio nonno, di mio padre – pensavo. Pensavo che a Dio forse piacevano facce strane e curiose. Alzava le braccia sopra la testa: “Ecco l’Agnello di Dio…”. Non sapevo del vangelo di Giovanni – però dietro l’altare, oltre il prete, c’era un grande quadro: Gesù in croce, un agnello che piange ai suoi piedi (io lo ricordo, l’ho immaginato?), vicino alla Madonna. C’era oro e turchese, su quel quadro. E morte. Quell’alzare infinite volte le braccia, quella frase infinite volte ripetuta – “ecco l’Agnello di Dio” – mi convinsero allora (sei e sette e otto anni), e per sempre mi hanno lasciato questa convinzione, che solo i malvagi possono assassinare l’Agnello di Dio “che toglie i peccati dal mondo”, e che bisogna bivaccare giorno e notte sotto l’albero della cattiveria per voler fare del male alla bestia che è tutt’una con Gesù. Mio nonno, amatissimo, invece l’agnello lo faceva al forno, una volta l’anno – a Pasqua. L’odore riempiva la cucina. Con le interiora della bestia faceva certi strani involtini avvolte in foglie d’erbe. “Non si può uccidere l’agnello”, dicevo. “Ah, ce lo teniamo perché è bello?”. Mi sembrava un’idea sensata. “L’agnello è di Dio”, dicevo ancora. “Questo è mio. Tutti mangiano l’agnello”, diceva mio nonno. “Pure don Andrea?”, chiedevo io. Mio nonno faceva un gesto – come a dire: greggi interi di agnelli! Magari pure con le patate. Io non ci credevo. “Ma è peccato!”. E credo ancora che sia orrendo peccato – e anzi, adesso più orrendo di allora mi appare. “Io non lo mangerò mai”, dicevo al nonno. “Ma di chi sei figlio, tu?”, domandava lui. E ancora: “Ma tu mi vuoi bene?”, e porgeva un boccone: “Prova, dài…”. “Sì, ti voglio bene, ma l’agnello non lo mangio. Io sono comunista come te, ma l’agnello non lo devono uccidere neanche i comunisti!”. Nonno sbuffava, addentava – e chiudeva la surreale, inutile conversazione.

Ho visto uccidere gli agnelli, in campagna. Ho udito l’urlo spaventato dei maiali. La zia saliva a prendere un piccione, ogni tanto, in alto sul pagliaio. Le galline che annaspavano mentre venivano strozzate. L’ultimo sguardo meravigliato del coniglio. Il vitellino che pensavo fosse mio – bevevo lo stesso latte che beveva lui: di sua madre, legata lì vicino – e invece fu venduto a un macellaio del paese, “la mangi una bella fettina?”, e vomitai, e non smisi più di farlo. C’era un cane, alla catena, a volte si chiamava Leone, a volte si chiamava Dick – sempre alla catena, quel cane. Un giorno cercò di mordermi. Ho avuto paura per anni – prima di capire che era giustificato, quel morso. Chi a una catena viene legato, ha il diritto di mordere – non è la mano che nutre, è solo la mano che possiede. In quella cucina dove ogni giorno ritrovavo tutte le persone che amavo, c’era un piccolo quadro raffigurante un cane che osservava una luce che calava dal cielo. Una preghiera stampata sopra: “La preghiera del cane”. Si è salvato, quel quadretto. E’ giunto fino a me. Dice così, quella preghiera: “O Signore di tutte le creature, fa che l’uomo, mio padrone, sia così fedele verso gli altri uomini, come io gli sono fedele… Dagli, o Signore, un sorriso facile e spontaneo, come facile e spontaneo è il mio scodinzolare… O Signore di tutte le creature, come io sono sempre veramente cane, fa che egli sempre sia veramente uomo…”. Ho conservato l’odio per catene, gabbie, acquario anche. L’agnello no, mai – ma ho mangiato il maiale, ho mangiato i polli, ho mangiato le fettine: creature che avevo visto vive, e poi pezzi di cadaveri nel piatto. Le ho digerite, quelle agonie. Ho conservato l’ultima espressione loro di spavento, che così dentro di me si è posata – fino a diventare mio, quello spavento: qualcosa di infetto di cui è faticosissimo liberarsi. Immagini e pensieri risaliti pian piano – imprigionandomi, migliorandomi. Ferita mai sanata. Peso sul petto, della stessa materia dell’insonnia. Succede sempre così (beh, sempre, magari sempre…) – vedi, capisci, scegli. “Signore di tutte le creature…” – tutte le creature. Lo stesso soffio. Io avevo visto. Ma ho capito molto tardi. E ancor più tardi ho scelto – per ingordigia mai del tutto sopita, per conformismo, per l’invincibile grumo di vigliaccheria tenuto al calduccio dentro di me. Tardi – non troppo, ma sempre tardi. Eppure, l’Agnello era lì. Sulla croce – inchiodato. E anche ai piedi della croce.

Bisogna essere un po’ folli – per trovare appena un pizzico del coraggio necessario. Come quello di chi si oppone alle gigantesche navi nipponiche che massacrano le bellissime balene. Quello di chi si spoglia per strada in odio alle pellicce – e ricordano che quel pelo morbido gronda sangue, che il loro legittimo proprietario è stato ammazzato e scuoiato, che non dovrebbe esistere il diritto di possedere ciò che a un altro essere vivente è costata la vita. Chi sfama le bestie affamate. Chi cura una rondine ferita. Chi va a disturbare, nell’alba e nel gelo, il rito tribale e crudele della caccia, “atto inumano e sanguinario”, dice la saggezza di Tolstoj, “suicidio morale” – e quale razza di norma è, quella che consente a qualcuno di distruggere la bellezza di un cervo o di un’anatra o di una volpe, bellezza che è anche mia, bellezza indisponibile? Perché poi, ogni atto necessario qualcuno lo ha già fatto prima di te – si tratta solo di ripeterlo. Io sono invece piuttosto vigliacco – sfamo un animale affamato, mi prendo cura di una bestia maltrattata, firmo petizioni, lascio un po’ di denaro, posso dire ogni tanto “non a questo prezzo”, certo avrei offerto rifugio e difesa al piccolo beagle latitante dalla sua prigionia, se sull’autobus si siede vicina una tizia in pelliccia (se hanno abbastanza cattivo gusto da portare una pelliccia, avranno anche abbastanza soldi da pagarsi un taxi, no?) mi alzo e nascondo il mio disgusto. Potrei vomitare, e pure motivare il vomito, ma non lo faccio. Potrei mettere le mani, potrei davvero, questo sì, addosso agli stronzi che abbiamo visto uccidere gli inermi cuccioli di foca: a colpi in testa, perché la preziosa pelliccia non vada persa. Potrei – ogni persona civile dovrebbe. Ho sghignazzato davanti alla regale coglionesca espressione del re spagnolo con lo schioppo in mano e un elefante ammazzato alle spalle. Ma nient’altro (poco altro). “L’uomo non sia indegno dell’Angelo la cui spada lo protegge…”: in realtà, lo sono. Ma con (vile) gratitudine penso a chi ancor più radicalmente si oppone. Mica bisogna sempre essere stoltamente ragionevoli – come se fossero, quei ragazzi sulle barche nell’oceano o nel freddo dei boschi o nudi e sanguinanti su un marciapiede, come “i giusti” dei versi borgesiani: “Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo”. Forse.

L’Agnello poteva bastare – a chi crede. Però non basta. “Il cristianesimo avrebbe potuto insistere sulle sublimi leggende che mescolano l’animale all’uomo: il bue e l’asino che riscaldano col fiato il bambino Gesù; il leone che seppellisce devotamente il corpo degli anacoreti, o che serve da bestia da tiro o come cane da guardia a san Gerolamo; i corvi che nutrono i Padri del deserto, e il cane di san Rocco che provvede al padrone malato; il lupo, gli uccelli e i pesci di san Francesco, le bestie dei boschi che cercano protezione presso san Biagio, la preghiera sugli animali di san Basilio di Cesarea o il cervo crocifero il quale converte sant’Uberto (una delle più crudeli ironie del folclore religioso è che questo santo sia divenuto in tanto il patrono dei cacciatori). O ancora i santi d’Irlanda o delle Ebridi che riportano a riva e curano alcuni aironi feriti, proteggono i cervi ormai senza scampo, e muoiono fraternizzando con un cavallo bianco” (Marguerite Yourcenar, “Il tempo, grande scultore”, Einaudi). Avrebbe potuto, il cristianesimo. “O Dio, aiutaci ad amare tutte le cose viventi, i nostri piccoli fratelli a cui Tu hai dato questa terra come casa assieme a noi. Possa l’uomo rendersi conto che essi non vivono soltanto per lui, ma per se stessi e per Te e amano la dolcezza della vita quanto noi e Ti servono meglio di quanto faccia lui” – così pregava, san Basilio vescovo di Cesarea. Ma non sempre hanno pregato così, gli uomini di chiesa. Anzi. Più dello spirito, a volte condizionati da stomaco e tristi ragioni – banali cartesiani. Eppure…

Eppure, se Benedetto XVI parlava con i gatti, ci fu sul trono di Pietro un paranoico Gregorio IX che nel 1233 fece apposita bolla, “Vox in Rama”, per condannare al rogo streghe e gatti neri – essendo tale “la volontà di Dio”, si capisce, che figurarsi Dio… Fu Paolo VI a evocare la “muta sofferenza” degli animali – “la parte più piccola della Creazione Divina, ma noi un giorno li rivedremo nel mistero di Cristo”, e Giovanni Paolo II a spiegare: “Non solo l’uomo, ma anche gli animali hanno un soffio divino”. Certo ben altro cuore di quello di cui fece mostra Pio XII, quando si rivolse ai lavoratori del mattatoio di Roma: “I gemiti delle bestie abbattute e uccise per giusto motivo non dovrebbero destare una tristezza maggiore del ragionevole, mentre non ne procurano i colpi del maglio su metalli roventi, il marcire dei semi sottoterra, il gemere dei rami al taglio della potatura, il cedere delle spighe all’azione dei mietitori, il frumento che viene stritolato nella macina da molino…”. E così non si intristiva più del ragionevole (triste ragione, ecco), quel Santo Padre…

Non che la sensibilità che mancava altrove fiorisse a sinistra. Piuttosto l’Arcicaccia, a sinistra fioriva – della bestia, non si cura di più il vispo proletario dell’arido borghese. Fu Pietro Ingrao, sempre un po’ visionario e laterale, a tirare fuori per primo (e tra infiniti sghignazzi dei compagni dirigenti) l’idea suggestiva del “vivente non umano”. E Norberto Bobbio, nel suo manuale “Destra e sinistra” (Donzelli), sapientemente avvertiva: “E che dire del nuovo atteggiamento verso gli animali? Dibattiti sempre più frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il vegetarianismo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una possibile estensione del principio di eguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano, un’estensione fondata sulla consapevolezza che gli animali sono uguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire? Si capisce che per cogliere il senso di questo grandioso movimento storico occorre alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano”. Dove la sinistra arrivò alla fine del secolo scorso, secoli prima c’erano già arrivati tipi come Leonardo da Vinci, “verrà il tempo in cui l’uomo non dovrà più uccidere per mangiare, ed anche l’uccisione di un solo animale sarà considerato un grave delitto”, o Montaigne, “abbiamo difficoltà a capire gli animali, ma, invece di prendere atto di questo limite, abbiamo l’impudenza di crederci superiori a loro” – precursori mica male. Fu sugli animali, il primo scontro col mio partito – il Partito, il Pci. Partito e animali e feste dell’Unità – dove non solo si registrava il trionfo di salsicce e porchette e braciole alla griglia, ma anche il proliferare di giochi cretini e crudeli. A vent’anni, ero il segretario della mia sezione – sezione “A. Gramsci”. Alla festa dell’Unità facevano da sempre un gioco orrendo, un porcellino d’India messo in mezzo a un circolo di militanti/cittadini/scommettitori. Vinceva il possessore del biglietto col numero corrispondente alla scatola dove il porcellino, terrorizzato, correva a nascondersi – a gloria e sottoscrizione del Partito dei lavoratori e della stampa democratica. Ancora peggiore il gioco che vidi a una festa dell’Unità di un paese vicino: gli spettatori/militanti/cittadini lanciavano piccoli cerchi di plastica su delle oche chiuse in un recinto, chi riusciva a infilare il cerchio nel collo di una di quelle bestie spaventate vinceva un prosciutto o un salame o una cena presso la trattoria del compagno XY – sempre a gloria e a sottoscrizione ecc. ecc. (Però intanto mangiavo il mio panino con la salsiccia). Su un giornale locapesci
le scrissi un articolo – uno dei primi. Il titolo, più o meno, era questo: “Si può contribuire alla stampa democratica senza seviziare il porcellino”. Tra citazioni e facile commozione e qualche ragione, argomentavo sul fatto che noi comunisti, se volevamo costruire un mondo migliore, lo dovevamo fare pure per i porcellini e le oche, oltre che per i lavoratori. Fui convocato presso la locale federazione (Tivoli). Ricordo il grugno di un consigliere provinciale – l’autorevolezza dell’interlocutore doveve essere stata scelta in base alla scarsa autorevolezza del reprobo. “Ir-re-spon-sa-bi-le!”, mi urlò quello. “Caro compagno D. M., se credi che il Partito sia luogo per questi sentimentalismi volgari…”. Lo mandai a fare in culo – con rispettoso garbo, però vaffanculo, compagno dirigente! La cosa finì lì. Ma uno o due anni dopo, porcellini e oche scomparvero per sempre dalle feste dell’Unità (senza alcun merito mio, si capisce: era solo l’ingraiano “vivente non umano” che cominciava a farsi strada). Le salsicce restarono. Sono ancora lì. Sulla brace,

Non c’è convenienza. Non c’è ragionevolezza (se non quella del cuore). A volte è difficile spiegare – a volte gli altri non sanno capire. E’ una sorta di abbandono (come quello del cuore). Un curioso innamoramento – capace di travolgere persino il più banale innamoramento per un essere umano. No, qui c’è un errore… E può sempre scappare fuori la caricatura del cretino cartesiano che si mette a frignare sul privilegio dato all’animale rispetto all’uomo. Non è questo (seppure, certe volte, perché no?) – è solo che, banalmente, spesso il sentimento per un animale è destinato a durare più di quello per un amore. Comincia un giorno, persino per caso comincia, poi non finisce più. Ormai da diciassette anni il gatto B. e la gatta C. mi educano, mi insegnano le altezze che puoi raggiungere abbassandoti, mi mostrano di quante forme è fatta la vita. Hanno sguardi che non decifro – e che pure sono tra i più profondi e necessari avuti in dono. Ho artigli sugli occhi e sul cuore – e mi sento sicuro, quando sento quegli artigli che potrebbero ferirmi. Mi proteggono. Mi hanno reso diverso e saggio. Li vedo ora invecchiare – certi gesti costano più fatica, e il saltare e scendere è più lento, e la corsa di una volta è un calmo arrivare, e le allegre devastazioni di tanti anni sono ormai un placido ondeggiare tra possedimenti certi di cose e casa. Un giorno, ecco, a volte ci penso… Un giorno, se la sorte non deciderà diversamente… Però non ancora – Cristo, o chi sei, non ancora… Non sono pronto – non sarò pronto mai, credo. E chi lo è, poi?

E’ tutto molto limpido, vicino agli animali. “La bellezza fisica noi la percepiamo innanzi tutto dagli animali. Se non ci fossero gli animali, nessuno più sarebbe bello”, così dice Elias Canetti – belli sono i cavalli di Achille che piangono Patroclo, forse più belli di Achille e Patroclo stessi. Certi odiano gli animali per invidia – a raffronto, devono sentirsi infinitamente brutti e infinitamente limitati e infinitamente sciocchi. Devono patire parecchio. Lo spavento per ciò che è diverso – e quasi sempre, ciò che è diverso è migliore di loro. Si è fatta la mano sulla bestia, la crudeltà, per arrivare all’uomo. Per vedere fin dove si secca il cuore. Racconta William S. Burroughs che “una iniziazione nazista alle gerarchie superiori delle SS consisteva nel cavare un occhio a un gattino, dopo averlo nutrito e coccolato per un mese. Tale esercizio era inteso a cancellare ogni traccia di deleteria pietà…”. Farsi vile sulla bestia – sempre è accaduto, sempre accade. La stessa mano che ricade poi sull’uomo. Lo fa, ma con vergogna, senza vanto, nel buio: la percezione di un conto che arriverà da saldare. “Che hai fatto alle mie creature?”. Nei millenni tutto è rimasto immutato – anche se ora i macelli sono fuori dal centro della città, lontani dalla vista, dall’udito: perché puoi adorare il pezzo di carne morta che con eleganza ti poggiano sul piatto, ma quella vista del terrore, quel sangue che scorre, quelle urla che somigliano a quelle dello spavento della nostra razza: chissà l’appetito dove andrebbe a finire. Ma uguali sono le descrizioni che si provano in Plutarco (“Del mangiar carne”, Adelphi) e quelle nell’inchiesta sui macelli americani di oggi di Jonathan Safran Foer (“Se niente importa”, Guanda). La lama è più affilata, il gancio più solido, le pareti più insonorizzate – la mano è la stessa. Basta guardare, prima di addentare il cosciotto nel piatto, il video clandestino realizzato da Animal Equality – la crudeltà esercitata ben oltre la semplice orrenda necessità dell’ammazzamento (volete mettere la meravigliosa perfetta cartesiana eugenetica da zoo di Copenaghen?). Piccole bestie (strappate dalle madri, nate appena poche settimane fa: c’era ancora la pioggia, scannate al primo sole) che muoiono in dolore – e guardare quelle facce, quel terrore, quello sgomento. Quello precede ciò che c’è nel piatto – e quello scivolerà, tra gola e viscere, in noi. Digerire agonie – sempre di questo si tratta. “Io mi domando con stupore in quale circostanza e con quale disposizione spirituale l’uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue e sfiorò con le labbra la carne di un animale morto… Come poté la vista tollerare il sangue di creature sgozzate, scorticate, smembrate, come riuscì l’olfatto a sopportarne il fetore?” (Plutarco). La buona sorte, invocata dal Buddha per tutti gli essere viventi, a quelle creature non è concessa.

Mica un’idea così da squinternati, da estremisti, da pazzi animalisti – quella della crudeltà dell’uomo che esercita la mano sulla bestia. Perché tale e quale si ritrova nel pensiero di molti tra quelli che hanno onorato il mondo – e non disonorato, come molti altri della razza umana, “il vanto del creato”, hanno fatto. Come Erasmo da Rotterdam, caro a Berlusconi già da prima di Dudù: “E a forza di sterminare animali, s’era capito che anche sopprimere l’uomo non richiedeva un grande sforzo”. Come Lev Tolstoj: “Dall’uccidere gli animali all’uccidere l’uomo il passo è piccolo”. Persino Indira Gandhi: “E’ tutto collegato. Quello che accade ora agli animali, succederà in seguito all’uomo”. Isaac Singer: “Nei loro confronti tutti sono nazisti; per gli animali Treblinka dura in eterno”. Si trovano ovunque, queste citazioni che forse un giorno sembreranno tra le più onorevoli del genere umano. Ovidio: “La crudeltà verso gli animali è il tirocinio della crudeltà verso gli uomini”. Montaigne: “Le nature sanguinarie nei riguardi degli animali rivelano una naturale inclinazione alla crudeltà”. Pitagora: “Coloro che uccidono gli animali e ne mangiano le carni saranno più inclini dei vegetariani a massacrare i propri simili”. Leonardo: “Viviamo grazie alla morte di altri”. Albert Einstein: “Vivisezione. Nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni”. E così, pian piano, ciò che all’inizio non solo non era una priorità, ma nemmeno pensiero, nemmeno un’ombra tra pranzo e cena, tra vita e morte, si fa strada – occupa il cuore, la vista, la mente. Ti consegna alla fatica dell’ipersensibilità estrema – abbiamo la lacrima facile, noi animalisti. Come tollerare, per esempio, le orrende insegne di bisteccherie o macellerie dove sopra sono disegnate mucche sorridenti, il fiore in bocca, i vitellini al fianco? Dov’è, dov’è Ceronetti col suo salvifico bastone? E chissà se toccherà un giorno provare a noi, quel terrore senza riparo – “come la tortora così io griderò, e come la colomba così io gemerò”, e sempre gemiti e urli giungono – “come se una giovenca celeste si fosse svegliata in una costellazione lontana e avesse iniziato un lamento che non sarebbe cessato finché tutta la vita dell’universo non fosse redenta” (Isaac Singer).

C’è traccia da sempre di animali, nella storia degli uomini. Nelle caverne dei primitivi, sono disegnati. Sulle tombe antiche. Sulle miniature delle Bibbie. Nei mosaici. Orfeo che incanta gli animali. Pesci. Tartarughe. Leoni. Cavalli. Cani. Gatti. Scimmie. E tutti gli altri che abbiamo inventato, sognato, plasmato – come gli altri cancellati, annientati, devastati: l’unicorno e il caradrio biblico (con lo sterco cura la nostra cecità), la fenice, il minotauro, il cervo celeste, il cavallo di mare. Capaci a volte di sostenere l’intero universo, “e così sotto la rupe creò un toro con quattromila occhi, orecchie, nasi, bocche, lingue e piedi. Ma il toro non aveva sostegno, e così sotto il toro creò un pesce chiamato Bahamut, e sotto il pesce mise acqua, e sotto l’acqua mise oscurità, e la scienza umana non vede oltre quel punto”, raccontò Borges di cento e cento esseri immaginari – e lui immaginò che forse una formica potesse essere l’architrave dell’intero progetto di Dio, e nel suo gatto che appena intravedeva nel suo buio perenne, “un archetipo eterno”. Tutte le bestie immaginate nel “Fisiologo”. Non c’è un passo dell’uomo, senza che vicino a lui non ci fosse il passo di un animale – eterno, rispetto al suo mortale: perché l’animale non sa di dover morire, e se non sai di dover morire, allora sei eterno. E la sua divina pazienza – che accetta il massacro e le botte e la crudeltà: come per meglio turbare un giorno la coscienza di chi li ha immolati.

E’ salito sulle spalle di Papa Francesco, l’agnello, qualche mese fa. C’è una foto che mi inquieta, bisogna sempre avere qualcosa che inquieta a portata di mano, dietro la scrivania – ritagliata da un giornale. Ci sono tre agnelli sulla soglia di una stanza. Fissano con meraviglia lo spettacolo davanti a loro: tre altri agnelli agonizzanti appesi a dei ganci, scuoiati – crocifissi, a ben guardare. Il pavimento è un lago di sangue. La zampette delle bestie vive affondano nel sangue delle bestie morte. E’ ciò che dovremmo vedere noi – vedere come le vittime, prima di portare il boccone sulle labbra. Così da rispondere a Plutarco: “Come poté la vista…”. Gli agnelli vedono la loro sorte – senza riparo, senza speranza. E’ la lama. E’ il gancio. E’ l’accetta. Toccherà alla loro gola, alla loro pelle, al loro petto. A loro non succederà, nei nostri moderni e primitivi macelli, di incontrare san Francesco – come si vede in quell’affresco, nella mirabile cappella Bardi: quando il santo compra con il suo mantello due agnelli che il mercante portava legati a testa in giù per andare a venderli e macellarli. “Perché tormenti i miei fratelli agnelli?” – e porge il suo mantello azzurro, Francesco, per salvare le due piccole creature. Magari potrebbe ancora succedere – sarebbe bello. Le vetrine delle macellerie dicono che non è successo – è brutto.

Semplice, no? Eppure l’occhio cade sulle mie scarpe. Sono di pelle – la pelle di chi, io non so. Ma certo non la mia – non è la mia pelle. A qualcuno è stata tolta, quella pelle. Chissà se qualche cucciolo ha dormito, al riparo dell’odore di quella pelle. Chissà se qualche mano l’ha accarezzata. Chissà dove e quando è successo – che il creato si sia mutato in inferno per i più deboli tra le creature. E’ pelle, quella che ho ai miei piedi. E’ stata pulita dal sangue – non tolleriamo di sapere che c’era sangue su quel blu così primaverile, su quel marrone così rassicurante, su quel vezzoso bordeaux. C’era carne. Non la mia. Non è la mia pelle – io ho visto come sono spaventati gli animali che vanno a morire: lo sanno, piangono, si cagano addosso, tentano una piccola inutile fuga, implorano, leccano disperati la mano del carnefice. Cercano pietà – che non ci sarà. Lo so. Se vedi anche una sola volta quelle immagini, non tolleri più. Non puoi tollerare più. Vedi. Capisci. Scegli. (Così raccontava una bella persona, una partigiana, dopo che i nazisti avevano impiccato i suoi compagni di liceo, lungo il viale d’ingresso al paese, per spaventare tutti gli altri. Lei decise, proprio di fronte a quel crimine, di farsi partigiana. Vedi, capisci, scegli. E se a qualcuno il paragone pare azzardato, c’è sempre Singer da invocare: “Quanto a lungo, Dio, guarderai a questo tuo inferno e resterai in silenzio? Quale bisogno hai Tu di questo oceano di sangue e di carne, il cui fetore invade ormai tutto l’Universo?”). Però ho tollerato. Queste cazzo di scarpe. E c’era della pelle (di chi?), sul bavero del cappotto. Le cinte, poca pelle, ma un po’ sempre. E nel panino c’era del tonno – come se non avessi mai visto le mattanze violente di quelle tonnare, il sangue che si allarga, si allarga, si allarga, supera il corpo del pesce morente, supera quello degli uomini che ammazzano, supera quello della barca: cerchi di sangue invece che di acqua, e comincia a girare per il mondo, il sangue. C’era quella bestia, nel mio panino. Pesce a cena. E il sangue mica si può cancellare del tutto, mai, mai, mai – si vede pure in tutti quei cazzo di film gialli. C’è del sangue resta addosso, nello stomaco, chissà se pure nelle mani. (Spruzzassero il famoso luminol nel nostro esofago, vorrei vedere). Forse (niente forse) sono anch’io solo uno stronzo – come tanti, come quasi tutti. Non c’è urlo – dicevo: era muta, la bestia. Ma l’urlo c’era – io sordo per comodità. Stronzo. Ipocrita. “Mi vergogno molto, io – umano” – infinitamente cara, indispensabile Wislawa Szymborska.

L’Agnello di Dio è tornato a morire. Ancora e ancora e ancora. Altri agnelli pure, a morire. Settecentomila volte. Ottocentomila volte – ottocentomila gole squarciate, ottocentomila pianti disperati, ottocentomila sguardi di terrore. Lui risorgerà – ci siamo, questione di ore, ormai. “Ecco l’Agnello di Dio…”. Il mattatoio del Calvario offre possibilità che il mattatoio dei giorni nostri – dei piccoli e poveri agnelli nelle mani degli umani – nega. Niente scampo. Sazi. Eppure da qualche parte (ancora lo Spazio Esterno, forse meglio: Spazio Estremo) quei pianti saranno conservati. Forse consolati. Eppure sotto i nostri piedi tutto quel sangue scorre e scorre e scorre.

Immagine: Agnello sacrificale da un quadro di Francisco de Zurbaràn

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