Mi ha svegliato con la zampa; poi, con il muso, ha indicato la porta. Indossava uno zainetto.

“Come hai infilato quell’affare?” gli ho chiesto.

Sono fatti miei” ha risposto. In latino.

“Tu parli? Tu parli in latino!”

“Sono vent’anni che mi chiami Lucilio, Caio Lucilio eccetera eccetera. Come dovrei parlare? In inglese?”
Logica stringente.

Prima che potessi ribattere, il tipino si è avviato verso la porta d’ingresso.

Ecco. Voglio vedere come te la cavi, alla tua età” gli ho detto sogghignando.

Lucilio mi ha fissato per un momento e poi ha attraversato la porta. Così. Semplicemente. Con zainetto e tutto. Io, ancora mezzo addormentato, ho tentato di imitarlo. E ho preso di brutto lo spigolo della porta.

Il rumore ha svegliato Bera. Ho cercato di spiegarle quanto stava succedendo ma non devo esserle sembrato molto convincente.

Perdo tempo”, mi sono detto. “Devo beccarlo per le scale”.

Ho aperto la porta d’ingresso; ma a quel punto Bera mi ha chiamato e, dalla finestra, ha segnato a dito il demonietto che, correndo come non gli riusciva da anni, aveva già raggiunto il culmine della salita. Manco a dirlo, ha attraversato il cancello chiuso e si è fermato accanto a un signore alto e bruno.

I due si sono fatti un po’di feste. “Strano: non si sono mai conosciuti” ho pensato. Ma prima che mi riuscisse di spalancare i battenti della finestra, la coppia è scomparsa dopo il passaggio di un camioncino.

Bera, se è un sogno dammi in pizzicotto. Se è tutto vero, dammi un bacio. E che sia il più dolce che conosci.”

E Bera – che forse aveva capito della faccenda molto più di quanto non mi avesse detto fino a quel momento – mi ha baciato. Non ha smesso ancora. Non smetterà più.

 

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