“IL MIO NOME E’  COME UNA STORIA”.

Gli ENT sono gli alberi parlanti di Tolkien ne “Il Signore degli anelli”. Di più: sono i pastori degli alberi. Coloro che si prendono cura, proteggono, tramandano. Sono creature giganti, primordiali e antichissime, con voce cavernosa e capaci di camminare. Sono così descritti:

Gli Ent erano fra loro diversi come alberi: per alcuni la differenza era quella che passa fra due alberi della stessa specie, cresciuti però in modo e in epoca alquanto dissimili; altri parevano addirittura di razza diversa come una betulla e un faggio, una quercia e un abete. Vi erano un paio di Ent più anziani, barbuti e nodosi, simili ad alberi robusti ma antichi; nessuno però era vecchio come Barbalbero. Vi erano anche degli Ent alti e robusti con lunghe membra e la pelle liscia, che parevano alberi in fiore; ma non vi erano giovani Ent, non vi erano germogli. In tutto circa due dozzine di Ent si trovavano già nell’ampio spazio erboso della conca, ed altrettanti stavano giungendo.

Fangorn (Barbalbero) è uno dei più maestosi e importanti e ci svela la questione della lingua, il dare il nome alle cose. Essi comunicano infatti in un suono imperscrutabile e sconosciuto:

È una lingua stupenda, ma per dire una cosa qualsiasi s’impiega un’infinità di tempo, perché noi preferiamo non dire una cosa, se non vale la pena di perdere molto molto tempo per dirla ed ascoltarla.

Così Baralbero dice:

(…) Il mio nome cresce costantemente, e io ho vissuto molto, molto a lungo, perciò il mio nome è come una storia. I nomi propri narrano le vicende delle cose a cui appartengono, nella mia lingua, che voi chiamereste Vecchio Entese. E’ una lingua stupenda, ma per dire una cosa qualsiasi s’impiega un’infinità di tempo, perché noi preferiamo non dire una cosa, se non vale la pena di perdere molto molto tempo per dirla ed ascoltarla.

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Dare il nome ENT a questo Magazine, che parla all’uomo metropolitano, significa allora esprimere il desiderio e il tentativo di ritrovare questo linguaggio antichissimo con la Natura, senza avere la preoccupazione di definirla, metterla sotto un microscopio o possederla, ma solo imparare ad ascoltarla e a raccontarla. Nel tempo, si spera, di chiamarla per nome, il suo vero nome. Nel tempo questo dialogo tra ogni Io e la Natura, magari ritroverà il suo equilibrio originale, come il perpetuarsi dell’atto amoroso tra Creatore e creatura.

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